SCULTURE LUMINOSE E SONORE DI PHILIPPE PARRENO


philippe parreno
“Hypothesis”, installazione presso HangarBicocca, Milan (foto ©Andrea Rossetti)

All’HangarBicocca diventano indicatori di spazi che segnalano la possibilità di un evento

 

A Milano, al Pirelli HangarBicocca, la prima mostra italiana di Philippe Parreno (1964), artista francese reduce da un’esposizione al Palais de Tokyo di Parigi e noto al grande pubblico per il film dedicato a Zinedine Zidane, realizzato con Douglas Gordon e il gruppo musicale Mogwai e osannato al festival di Cannes del 2006. Parreno si concentra sull’effetto cinetico, investigando una possibile relazione tra il concetto di tempo e visibilità, con una maxi opera che si genera di visioni dinamiche simultanee, configurazioni mutevoli che seguono una sceneggiatura in cui si avvicendano luce, proiezioni, buio e suoni come dispositivo cognitivo e sinestetico.

L’esposizione diventa medium e unico oggetto d’arte temporanea, in relazione con lo spazio, l’architettura e il visitatore stesso. L’artista si è caratterizzato per l’utilizzo trasversale dei linguaggi dei media – come radio, televisione, cinema, tecnologie informatiche, video, sculture – e si avvale della collaborazione di musicisti, coreografi, curatori, mettendo in discussione l’autorialità dell’opera. La ricerca di Parreno si sviluppa intorno alla creazione di eventi multisensoriali, concependo la mostra come atto d’invenzione.

All’Hangar, il percorso espositivo comincia con la replica di un elemento scenografico di Jasper Johns, Set elements for Walkaround Time (1968), composta di sette strutture rettangolari trasparenti su cui sono riprodotte immagini tratte da La Sposa messa a nudo dai suoi scapoli, tra le opere più enigmatiche del Novecento di Marcel Duchamp. L’uso di tecnologie permette effetti luna-park d’impatto scenografico, dove il visitatore passeggia in un ambiente fluido in cui le opere, compreso il buio e i film proiettati, svelano meccanismi artificiali e insieme poetici, capaci di inscenare diversi eventi che sovvertono i codici percettivi con una “ipotesi di spazio” all’insegna dell’effimero.

 

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