Nel 1959 Grazia Varisco è l’unica ragazza del Gruppo T (Tempo), anche se il suo nome non compare nel Manifesto del movimento d’avanguardia milanese composto da Davide Boriani, Gianni Colombo, Gabriele De Vecchi e Giovanni Anceschi, all’epoca giovani artisti “cinetici” che hanno introdotto il movimento nella ricerca artistica e spinto l’acceleratore sul coinvolgimento diretto del pubblico con opere da toccare oltre che da vedere. Fino al 12 novembre, la Triennale rende omaggio all’artista nata ottant’anni fa a Milano con una mostra dal titolo “Grazia Varisco. Allineamenti scorrevoli correnti e ricorrenti“, a cura di Elena Volpato e con la direzione artistica di Edoardo Bonaspetti, ospitata nello spazio dell’Impluvium al secondo piano della “casa” della cultura progettuale milanese per eccellenza.

Varisco ha studiato all’Accademia di Belle Arti con Achille Funi, è stata una attiva protagonista tra gli anni 60 e 70 delle “ribellioni” creative di una generazione di artisti alla ricerca di linguaggi innovativi e antiaccademici sotto l’egida di Bruno Munari, Lucio Fontana e Adriano Olivetti, industriale filantropo e cultore dell’arte che scrisse l’introduzione della prima mostra dell’arte programmata e cinetica a Roma nel 1961. Varisco investigava le possibilità espressive dei nuovi materiali. Ex grafica per la Rinascente, donna e lavoratrice interessata all’elemento dinamico della vita, nella ricerca e nel suo lavoro degli esordi, freddo e mentale, prevalgono l’aspetto meccanico e il controllo del processo cinetico: questi erano gli obiettivi nell’ambito dell’arte programmata e cinetica. Del periodo “cinetico” si ricordano alcune sue opere: gli Schemi luminosi variabili, i Reticoli frangibili e i Mercuriali, in cui i motorini, accensioni di luci, materiali industriali e quel tanto che basta di tecnologia entusiasmavano le generazioni degli anni ’60.

Oggi, alle presunte certezze della tecnica, Varisco ha sostituito il dubbio, l’imprevisto, l’imprevedibilità che può scombinare il quadro. La sua mostra personale è dedicata a Guido Ballo, il suo mentore che nel 1972 riconosce nel lavoro dell’artista una versione originale dell’arte programmata e cinetica. Alla Triennale sono esposte una raffinata selezione di opere recenti appartenenti alla serie dei Quadri comunicanti (2008) e dei Ri-velati (2015), soluzioni formali in bilico tra ragione e sentimento, in cui tutto dipende da come le si guarda, che tratteggiano una linea di orizzonte sottesa nello spazio dell’Impluvium, in cui segmenti interrotti da vuoti che appaiono all’interno delle cornici e scompaiono oltre il bianco cangiante delle pareti sembrano aprire il nostro sguardo oltre dimensioni e profondità spaziali altrimenti invisibili. Il metallo dei Quadrati comunicanti “7+1” si espande all’interno di aperture oblique, aprendo riflessioni sul tempo contenuto nella materia in cui la solidità fredda della lastra e il riflesso argenteo che questa genera diventano l’essenza dell’opera. Nei suoi Quadri comunicanti filo rosso si percepisce una tensione verso l’assoluto, opera che insieme alle altre appare come piegata dal peso del tempo, da una misteriosa forza interna che invita alla riflessione sul senso dell’orizzonte, parola che deriva dal greco orizo, che in italiano significa “circoscrivere” e contiene oros, dal verbo greco orao, cioè “vedere”. Sono opere generative, silenziose, contrappunti quasi musicali, strutture dinamiche che circoscrivono spazi e tempi variabili, da vedere più che da raccontare. Al centro della sala si erge maestoso lo Gnom-one-two-three (1984): una formazione orogenetica diversamente quadrata che sembra sorgere dallo spazio, in cui Varisco conferma il suo interesse per geometrie combinatorie e linee d’orizzonte unitarie e scomposte insieme; quasi meridiane del dubbio che segnano tempi infiniti, imprevedibili sotto una luce zenitale tutta mentale, alla ricerca di architetture dell’origine direttamente connesse con la nostra percezione, in cui il tempo è l’elemento generativo dello spirito.

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